mercoledì 10 dicembre 2008

Guarda un po' cosa potrebbe succedere se riducessero il rating all'Italia!


Di Marco Calì, consulente finanziario indipendente, nato a Zurigo il 22 settembre 1970.


Gentile lettrice e gentile lettore, tanti fondi della categoria "liquidità" e/o "obbligazionari breve" termine" e/o "cash", etc., cioé quei fondi caratterizzati da un basso rischio (?), COME SI EVINCE DAL LORO PROSPETTO INFORMATIVO, devono investire in "obbligazioni con merito di credito composito non inferiore ad A".

Lo ripeto: tanti fondi che vengono presentati con un rischio basso (?) devono, COME DA LORO REGOLAMENTO, investire in "obbligazioni con merito di credito non inferiore ad A".

Analizzando alcuni di questi fondi, risulta che la maggior parte del portafoglio (anche del 90%) risulta essere investita in Titoli di Stato dell'Italia (BOT, CCT, CTZ, BTP).

Prendo atto di questa volontà dei gestori di non diversificare il portafoglio (ad esempio, investendo il 10% in titoli Germania, il 10% in titoli Francia, il 10% in titoli Austria, il 10% in titoli Italia, etc).

Mi chiedo, però, cosa potrebbe succedere se le agenzie di rating dovessero abbassare l'attuale rating dell'Italia da A+ ad A-.

Se il Rating dell'Italia dovesse essere migliorato o mantenersi stabile il gestore rimarrebbe "tranquillo" da questo punto di vista.

Ma se dovessero abbassare il rating dell'Italia ad A- questi fondi monetari , COSI' COME PREVISTO DAL LORO PROSPETTO INFORMATIVO, devono, devono, devono, devono vendere i titoli in portafoglio. Ed essendo il portafoglio composto al 90% in Titoli Italia il gestore si troverebbe a vendere praticamente tutto il portafoglio. Le conseguenze te le lascio immaginare........


Ti ricordo che é attivo il servizio di consulenza finanziaria a cura di Marco Calì, sul blog http://consulenza-finanziaria.blogspot.com/ ...... il buon vino si vende senza frasca!








43 commenti:

Anonimo ha detto...

vediamo cosa dicono i conigli...... sicuramente avranno da ridire anche su questo... stiamo a vedere. Giuseppe.

FRANCESCOLIGHT ha detto...

Ottimo post. Complimenti Marco!

Anonimo ha detto...

le motivazioni che possono aver spinto una SGR a investire principalmente in titoli di stato italiani potrebbero essere molteplici

1) incapacità del gestore di diversificare ( e quindi diminuire) il rischio

2) accordo tacito tra banche e stato per comprare un mucchio di titoli di stato italiani

3) tentatazione della maggiore redditività dei titoli italiani(generalmente rendono di leggermente di + proprio perchè leggermente + rischiosi)

le conseguenze possono essere, a naso le seguenti.

1) i gestori vendono in massa i titoli per comprare altri titoli con rating previsto dal regolamento (drastico crollo del valore della quota)

2) ignorano il regolamento e vanno avanti come se nulla fosse (drastico crollo della quota)

3) intervento massiccio della BCE per evitare il tracollo di uno dei principali stati dell'area euro (crollo della quota inferiore ai primi due scenari)

una malizia: le agenzie di rating ne hanno combinate di castronerie più o meno sporche in questi anni...m agari anche questo giro verranno pagate per evitare di declassare lo stato italiano

Marco G. Fossati

Anonimo ha detto...

Il contadino astrologo ( di Italo Calvino )

C'era una volta un re che aveva perduto un anello prezioso. Cerca qua, cerca là, non si trova. Mise fuori un bando che se un astrologo gli sa dire dov'è, lo fa ricco per tutta la vita.
C'era un contadino senza un soldo, che non sapeva né leggere né scrivere, e si chiamava Gambara.
- Sarà tanto difficile fare l'astrologo? - si disse. - Mi ci voglio provare. E andò dal Re.
Il Re lo prese in parola, e lo chiuse a studiare in una stanza. Nella stanza c'era solo un letto e un tavolo con un gran libraccio d'astrologia, e penna carta e calamaio. Gambara si sedette al tavolo e cominciò a scartabellare il libro senza capirci niente e a farci dei segni con la penna. Siccome non sapeva scrivere, venivano fuori dei segni ben strani, e i servi che entravano due volte al giorno a portargli da mangiare, si fecero l'idea che fosse un astrologo molto sapiente.
Questi servi erano stati loro a rubare l'anello, e con la coscienza sporca che avevano, quelle occhiatacce che loro rivolgeva Gambara ogni volta che entravano, per darsi aria d'uomo d'autorità, parevano loro occhiate di sospetto. Cominciarono ad aver paura d'essere scoperti e, non la finivano più con le riverenze, le attenzioni: - Si, signor astrologo! Comandi, signor astrologo!
Gambara, che astrologo non era, ma contadino, e perciò malizioso, subito aveva pensato che i servi dovessero saperne qualcosa dell'anello. E pensò di farli cascare in un inganno.
Un giorno, all'ora in cui gli portavano il pranzo, si nascose sotto il letto. Entrò il primo dei servi e non vide nessuno.
Di sotto il letto Gambara disse forte: - E uno!- il servo lasciò il piatto e si ritirò spaventato.
Entrò il secondo servo, e sentì quella voce che pareva venisse di sotto terra: - E due! - e scappò via anche lui. Entrò il terzo, - E tre!
I servi si consultarono: - Ormai siamo scoperti, se l'astrologo ci accusa al Re, siamo spacciati. Cosi decisero d'andare dall'astrologo e confessargli il furto.
- Noi siamo povera gente, - gli fecero, - e se dite al Re quello che avete scoperto, siamo perduti. Eccovi questa borsa d'oro: vi preghiamo di non tradirci.
Gambara prese la borsa e disse: - lo non vi tradirò, però voi fate quel che vi dico. Prendete l'anello e fatelo inghiottire a quel tacchino che c'è laggiù in cortile. Poi lasciate fare a me.
Il giorno dopo Gambara si presentò al Re e gli disse che dopo lunghi studi era riuscito a sapere dov'era l'anello.
- E dov'è? –
- L'ha inghiottito un tacchino. -
Fu sventrato il tacchino e si trovò l'anello. Il Re colmò di ricchezze l'astrologo e diede un pranzo in suo onore, con tutti i Conti, i Marchesi, i Baroni e Grandi del Regno.
Fra le tante pietanze fu portato in tavola un piatto di gamberi. Bisogna sapere che in quel paese non si conoscevano i gamberi e quella era la prima volta che se ne vedevano, regalo di un re d'altro paese.
- Tu che sei astrologo, - disse il Re al contadino, - dovresti sapermi dire come si chiamano questi che sono qui nel piatto.
Il poveretto di bestie così non ne aveva mai viste né sentite nominare. E disse tra sé, a mezza voce: - Ah, Gambara, Gambara… sei finito male!
- Bravo! - disse il Re che non sapeva il vero nome del contadino. - Hai indovinato: quello è il nome: gamberi! Sei il più grande astrologo dei mondo.

MORALE :
IL CONTADINO ASTROLOGO E’ PARENTE AL CONSULENTE CIARLATANO

Vincenza ha detto...

Grazie a te Marco trova spazio chi come questo signore (che ha messo la favola del contadino) che ha molte difficoltà a dire la sua (altrimenti si firmerebbe, direbbe chi é, ecc.) e si comporta come quei signori che parlano di politica al bar, sapendo tutto, ovviamente. E della quale l'Italia é piena, purtroppo!
Morale: un altro coniglio.

L'intellettuale ha detto...

Condivido in pieno ciò che ha scritto Vincenza. L'Italia é piena di persone che pensano di sapere tutto perché magari leggono un giornale o guardano un tg.
Come una volta é stato coniato il termine bamboccioni da Padoa Schioppa per gli under 30, così si possono coniare CONIGLI queste persone. Un saluto ai lettori e ai CONIGLI.
Giuseppe: l'intellettuale.

Anonimo ha detto...

Forse voi amici e supporters di Marco siete un pò suscettibili.

Forse la favola del contadino astrologo e la morale del consulente ciarlatano non intendevano arrecare alcuna offesa al Sig. Calì.
Anzi.

Potrebbe anche essere che l’anonimo di quel post volesse semplicemente fare un complimento ai consulenti così detti ciarlatani che pur non disponendo di una solida preparazione di base riescono tuttavia, con la loro innata fortuna ed il loro buon intuito, a formulare ipotesi che si possono anche rivelare veritiere.

Anonimo ha detto...

Come è monotona questa storia dei conigli !

Vi esprimete tutti alla stessa maniera.

Ma siete stati tutti indottrinati dalla stessa persona ?

Firmato :
Vincenza
anzi Pasqualina, no questo nome non mi piace
Firmato : Marco

Per i teorizzatori dei pseudo CONIGLI va bene così ?

anonimo ha detto...

TITOLI DI STATO prossima bolla!?!le borse crollano tutti si rifugiano nei "sicuri" titoli di stato..ripeto titoli di stato prossima bolla!!

Anonimo ha detto...

Blogger anonimo ha detto...

TITOLI DI STATO prossima bolla!?!le borse crollano tutti si rifugiano nei "sicuri" titoli di stato..ripeto titoli di stato prossima bolla!!


che potrebbe succedere?

Anonimo ha detto...

anche a me picerebbe sapere cosa potrebbe succedere con la bolla dei titoli di stato.

grazie, Antonio

G.E. ha detto...

Intesa, bond da 1,25 miliardi senza garanzia del Tesoro


Intesa Sanpaolo ha emesso ieri un prestito obbligazionario quinquennale da 1,25 miliardi di euro. E ha raccolto una domanda da 2 miliardi. In altri tempi, quando esisteva un mercato normale, questa sarebbe stata una non-notizia: tutte le banche emettevano bond con regolarità.

Ma oggi è praticamente un evento: Intesa Sanpaolo è infatti la seconda banca europea (dopo Bnp Paribas) ad emettere un prestito obbligazionario non garantito dallo Stato dai giorni del crack di Lehman Brothers. Lunedì era stato l'istituto francese a scendere sull'arena del mercato obbligazionario senza l'aiuto della garanzia statale. Ieri è arrivata la banca italiana. In mezzo c'è stata anche Société Générale, che però non ha emesso un bond nuovo ma ha semplicemente aumentato l'importo a uno "vecchio". Due (o tre) eventi: su questo mercato non si vedeva infatti più nessuno da metà settembre.

Ovviamente, data la crisi che continua a pesare su tutti, Intesa Sanpaolo ha dovuto pagare rendimenti che sarebbero stati impensabili uno o due anni fa. Il titolo, di durata quinquennale, offre infatti una cedola del 5,375%: si tratta di 195 punti base sopra il tasso swap, il che equivale a 267 centesimi sopra i titoli di Stato tedeschi. Tanto, in termini di spread. Si pensi che, prima della crisi dei mutui subprime, Intesa offriva per obbligazioni simili qualcosa come 15-20 punti base sopra il tasso swap: oggi, insomma, paga 10 volte tanto.

Ma ormai queste sono le condizioni di mercato. E infatti le banche collocatrici del bond (Banca Imi, Hsbc e JP Morgan) hanno raccolto ordini d'acquisto per circa 2 miliardi di euro soprattutto da fondi e assicurazioni. La domanda – testimoniano i diretti interessati – è arrivata principalmente dalla Francia (48%), dall'Italia (15%) e dai Paesi Bassi (11% circa). Segno che, a rendimenti adeguati con la fase di mercato attuale, la domanda c'è. Gli investitori ci sono. E sono pronti a fare la loro parte. Anche la stessa Bnp Paribas, lunedì, aveva pagato tanto (160 punti base più del tasso swap) e aveva ottenuto un buon riscontro dagli investitori: più di tre miliardi di euro di domanda.

Il mercato obbligazionario dunque si riapre per le banche, come piano piano si è ravvivato per le società industriali. Ed è una curiosa coincidenza che si riapra proprio nel momento in cui anche in Italia il Governo offre la possibilità di garantire le emissioni obbligazionarie degli istituti di credito. Ci si potrebbe chiedere: come mai una banca come Intesa Sanpaolo (o in Francia come Bnp Paribas) sceglie di emettere un bond con le sue forze senza chiedere la garanzia pubblica? Di risposte ufficiali non ne arrivano, ma parlando con vari operatori non coinvolti nell'emissione di Intesa si possono rintracciare almeno tre motivazioni.

Uno: chiedere la garanzia allo Stato costa, per cui alla fine conviene pagare alti rendimenti sul mercato senza farsi "accompagnare" dal Governo. Due: dati i costi della garanzia, tanto vale dare una prova di forza e dimostrare a tutti che si è in grado di raccogliere fondi sul mercato pagando tassi d'interesse adeguati. Tre: in questo modo Intesa Sanpaolo ha riaperto un mercato chiuso da mesi ma vitale per le banche. Insomma: in un colpo solo Intesa Sanpaolo ha raccolto 1,25 miliardi (preziosi per chiunque di questi tempi), ha dimostrato a tutti di essere abbastanza forte da andare sull'arena obbligazionaria con le proprie gambe e ha riaperto la porta a un mercato importante per tutti. Che dire: tre piccioni con una fava.

Giovanni Esposito
Consulente Finanziario Indipentente

Anonimo ha detto...

Grande Giovanni Esposito.
Ottimo post

Anonimo ha detto...

Quindi secondo voi Intesa SanPaolo é una banca sicura?

anonimo ha detto...

Non succedera' nulla!!se avete titoli di stato dormite sonni tranquilli se non li avete comprateli e poi dormite tranquilli!Nel 2009 la BCE tagliera' tagliera' e tagliera' magari fino allo 0.50 % e vi renderanno fior di quattrini.BUONANOTTE A TUTTI.

Anonimo ha detto...

l'anonimo ha risposto.... chissà, magari é un bancario? Chissà?

Anonimo ha detto...

E' sicuro che non succederà nulla, vero anonimo. Può dire allora chi é lei?

Anonimo ha detto...

DI SICURO C'E' SOLO LA MORTE !

LE ALTRE COSE HANNO UN'ALEA DI INCERTEZZA.

CHI HA PAURA ANCHE DELLA MINIMA INCERTEZZA NELLA VITA E' MEGLIO CHE SI RITIRI IN UN CONVENTO TIBETANO A MEDITARE.

PERO' NEANCHE LI' ORAMAI SI VIVE SICURI.

P.S.
MA CHE IMPORTA NOME E COGNOME DI CHI SCRIVE OPPURE SE E' BANCARIO O MENO. CHI FA QUESTE DOMANDE MI SEMBRA SCIOCCO E IMPREPARATO ALLE INSICUREZZE DELLA VITA ( MA ANCHE DEL MERCATO ), ALLORA CAMBI BLOG TANTO NEMMENO IL SIG. CALI' PUO' DARE CERTEZZE ASSOLUTE.
SI DEDICHI A UN BLOG PIU' AMENO E LEGGERO

Anonimo ha detto...

Anonimo Anonimo ha detto...

E' sicuro che non succederà nulla, vero anonimo. Può dire allora chi é lei?

11 dicembre 2008 6.23


è l'autore del blog?

Anonimo ha detto...

CONSIDERATO CHE QUESTO E’ IL BLOG DELLE FIABE VOGLIO MANDARNE UNA A QUELL’ANONIMO LEONE CHE CONOSCE SOLO LA PAROLA CONIGLIO.

Il coniglio furbo e il leone deficiente.

Un coniglio e un leone erano vicini di casa. Il leone, fiero della sua
forza, disprezzava e umiliava spesso il coniglio.
A un certo punto il coniglio, non potendo sopportare oltre le prepotenze
del leone, decise di vendicarsi. Gli disse: «Ehi, ho visto un
animale che ha il tuo stesso aspetto che mi ha detto: “Conosci qualcuno
che vuol accettare una sfida con me? Se qualcuno così esiste,
digli di venire! Se ha paura di venire, dovrà essere mio schiavo e servirmi
in tutto!”. Sono parole da far morire di rabbia; certo quello si
crede il più forte».
Il leone gli chiese: «Hai parlato di me a quell’animale?».
Il coniglio rispose: «Se non gli avessi parlato di te forse sarebbe stato
meglio. Appena ti ho nominato, ha sbuffato di disprezzo e ha preso
a insultarti con male parole. Dice che non sei neanche degno di
essere uno schiavo!».
Il leone si adirò e domandò: «Dov’è adesso quell’animale? Dov’è?».
Il coniglio guidò il leone dietro una montagna, da lontano indicò un
pozzo molto profondo e gli disse: «È là dentro!».
Il leone si avvicinò, si affacciò al pozzo, guardò dentro con occhi
pieni di rabbia e vide davvero un animale che gli somigliava molto e
come lui aveva gli occhi pieni di rabbia. Quando il leone emise un
grande ruggito, anche l’animale nel pozzo emise un grande ruggito.
Il leone si infuriò e gli si rizzarono tutti i peli della criniera, ma anche
al leone nel pozzo si rizzarono i peli della criniera. Il leone spalancò
le fauci e mostrò le zanne; l’altro, nel pozzo, spalancò le fauci
e mostrò le zanne. Il leone allora raccolse tutte le sue forze pronto a
lottare e si gettò come una furia dentro al pozzo. Ma cadde nell’acqua
e morì annegato.

Anonimo ha detto...

Leggo spesso questo blog: non ho mai commentato, però quest volta lo voglio fare per complimentarmi con lei, Marco.
Daniele Russo.

Anonimo ha detto...

THE ECONOMIST: "L'ITALIA HA UN ORCO IN TERRAZZO"

(AGI) - Roma, 12 dic. - L' Economist torna a parlare della situazione economica italiana, paragonando la pesantezza del debito pubblico, il terzo piu' alto del mondo, a 'un elefante in un salotto' e a 'un orco sul terrazzo'. E con la crisi, secondo la famosa rivista britannica, i nodi vengono al pettine: l' Italia si trova infatti nella situazione, come tutti i Paesi dell' area euro, di dover adottare delle misure per stimolare la ripresa, con 'il rischio pero' di finire in bancarotta', come ha dichiarato anche il ministro del Welfare, Maurizio Sacconi. 'C' e' qualcosa di peggio della recessione, c' e' il fallimento dello Stato' scrive ancora l' Economist, citando l' esponente dell' esecutivo, per il quale se 'il Tesoro non trovera' dei compratori per i bond, il Paese potrebbe fare la fine dell' Argentina del 2001'.

Anonimo ha detto...

Che dire dell’articolo dell’economist ?

Che il Tremonti del precedente governo Berlusconi inveiva contro la UE quando questa chiedeva il rispetto dei parametri.

Che il Tremonti di allora spavaldamente rintuzzava i moniti della UE e superava i parametri anche con la sua finanza creativa.

Ora dove è finita la sua creatività ?

Anonimo ha detto...

PIU’ CHE IL DEBITO PUBBLICO C’E’ UNA COSA CHE NON MI FA DORMIRE.

RICORDATE CUCU’ CUCU’ PROFUMO NON C’E’ PIU’ ?
Provocò derisione all’estensore del post.

ORA CHE ANCHE IL PREMIER FA CUCU’ ( alla Merkel ) CHE FACCIO ?
Derido il premier o riabilito il primo che fece cucù ?

P.S.
In entrambi i casi si tratta di cuculi, anzi di paracuculi

Anonimo ha detto...

L'ultimo anonimo che da del paraculo a Calì: chi é? Come mai non si firma? Tutti bravi a commentare in forma anonima, poi tanto non vi fate più sentire. O magari poi direte che la situazione la si conosceva, che lo avevate letto sul Corriere o sulla Repubblica o magari sul Sole 24 ore. E' da oltre un anno che Calì dice che sono a rischio i titoli italiani, non da due minuti.
Giuseppe.

Donatella ha detto...

Concordo con Giuseppe. Vorrei capire, dai contestatori di questo log, se ritengono che Calì abbia qualche volta ragione. Perché sembra che tutto quello che viene scritto da Calì sia sbagliato.
E dell'attuale situazione economica cosa dite? O é colpa di Calì se c'é questa situazione.
Donatella.

Anonimo ha detto...

I vari contestatori non rispondono sull'articolo dell'Economist perché:
1. non sanno replicare.
2. non sanno replicare.
3. non sanno replicare.
4. non sanno replicare.

Donatella ha detto...

CONDIVIDO IN PIENO: I vari contestatori non rispondono sull'articolo dell'Economist perché:
1. non sanno replicare.
2. non sanno replicare.
3. non sanno replicare.
4. non sanno replicare.
Donatella

Anonimo ha detto...

CONDIVIDO IN PIENO: I vari contestatori non rispondono sull'articolo dell'Economist perché:
1. non sanno replicare.
2. non sanno replicare.
3. non sanno replicare.
4. non sanno replicare.
Firmato : IL REPLICANTE

Anonimo ha detto...

Ho sentito alla tv che l'Italia non é messa bene. E' vero o non c'é da farci caso?
Grazie a chi mi può rispondere.
Antonio da Roma.

Anonimo ha detto...

A DONATELLA CHE DICE : Concordo con Giuseppe. Vorrei capire, dai contestatori di questo blog, ecc. ecc.

Calì non è un guru della finanza.
Calì non è un premio nobel dell’economia.
Calì non è capitano di industria.
Calì non è editorialista economico.
Calì non è un esperto di economia e finanza.
Calì non ha un background professionale di spessore ( il suo excursus contiene notizie del tipo : nato a Zurigo, ex bancario, ex promotore finanziario, segno zodiacale x, stato di famiglia y , comparizione alla radiuccia locale z , ecc. ecc. ).

Calì è un consulente finanziario indipendente, professione che può fare chiunque dall’oggi al domani non essendo richiesta alcuna iscrizione ad albi ed alcuna preparazione specifica, che si guadagna onestamente da vivere con il suo lavoro, aiutandosi con un po’ di pubblicità e raccogliendo proseliti attraverso questo blog dove spara demagogicamente notizie e tesi economico-finanziarie raccolte qua e la e rielaborate con particolare veemenza narrativa funzionale ad un bacino di utenza particolare che lui conosce benissimo.

Cosa si è verificato finora di quello che Calì predica ?
I guadagni sicuri investendo in oro ?
Il prezzo del petrolio a 200 euro ? ( vabbè lui dice tra 5 anni ma chi ci sarà qui a controllare quello che sarà tra 5 anni ? )
Il fallimento dell’Italia ?
Il fallimento del sistema bancario ?
La costituzione della banca Calì ?
( Così a braccio non mi viene in mente altro, ma se qualcuno mi vuole aiutare ad elencare le cose che predica Calì lo faccia pure ).

Concludo Sig.a Donatella : qui non ci sono contestatori, ci sono semplicemente persone che, non appartenendo al bacino di utenza di Calì, qualche volta intervengono per dare una visione più corretta o meno interessata delle tesi e dei dati sciorinati dal medesimo.

Anonimo ha detto...

A DONATELLA CHE DICE : Concordo con Giuseppe. Vorrei capire, dai contestatori di questo blog, ecc. ecc.

Calì non è un guru della finanza.
Calì non è un premio nobel dell’economia.
Calì non è capitano di industria.
Calì non è editorialista economico.
Calì non è un esperto di economia e finanza.
Calì non ha un background professionale di spessore ( il suo excursus contiene notizie del tipo : nato a Zurigo, ex bancario, ex promotore finanziario, segno zodiacale x, stato di famiglia y , comparizione alla radiuccia locale z , ecc. ecc. ).

Calì è un consulente finanziario indipendente, professione che può fare chiunque dall’oggi al domani non essendo richiesta alcuna iscrizione ad albi ed alcuna preparazione specifica, che si guadagna onestamente da vivere con il suo lavoro, aiutandosi con un po’ di pubblicità e raccogliendo proseliti attraverso questo blog dove spara demagogicamente notizie e tesi economico-finanziarie raccolte qua e la e rielaborate con particolare veemenza narrativa funzionale ad un bacino di utenza particolare che lui conosce benissimo.

Cosa si è verificato finora di quello che Calì predica ?
I guadagni sicuri investendo in oro ?
Il prezzo del petrolio a 200 euro ? ( vabbè lui dice tra 5 anni ma chi ci sarà qui a controllare quello che sarà tra 5 anni ? )
Il fallimento dell’Italia ?
Il fallimento del sistema bancario ?
La costituzione della banca Calì ?
( Così a braccio non mi viene in mente altro, ma se qualcuno mi vuole aiutare ad elencare le cose che predica Calì lo faccia pure ).

Concludo Sig.a Donatella : qui non ci sono contestatori, ci sono semplicemente persone che, non appartenendo al bacino di utenza di Calì, qualche volta intervengono per dare una visione più corretta o meno interessata delle tesi e dei dati sciorinati dal medesimo.

Anonimo ha detto...

Anch'io vorrei sapere, magari dall'ultimo anonimo, qualche informazione in più. Ma non di altri, proprio un suo parere.
Alessandro

Anonimo ha detto...

Per Alessandro
Lei chiede qualche informazione in più su che cosa ?

andrea ha detto...

A PROPOSITO DI PETROLIO A 200$ non si tratta di contestare il SIG. CALI'che certamente non ha la sfera di cristallo ma provate a contestare invece MARION KING HUBBERT.Mai sentito???immagino che non lo avete mai sentito altrimenti non ridereste tanto!!!provate a fare una ricerca con il suo nome o con PICCO DEL PETROLIO (studiatevi la sua teoria)e poi tornate qui a esprimere il vostro pensiero.

Anonimo ha detto...

Andrea, quella che contesta é gente che adora Porta a Porta o Matrix e legge qualche quotidiano. Cosa vuoi che vadano a vedere il picco del petrolio.
E' gente che anche se gli dici che il cielo é azzurro contesteranno anche quello.
Intanto grazie per questa segnalazione.
Lucia.

andrea ha detto...

MARION KING HUBBERT NEL 1956 PREDISSE CHE GLI US-48 AVREBBERO PICCATO NEL 1970 CON QUEL RITMO DI ESTRAZIONE OVVIAMENTE FU DERISO E BANNATO COME CATASTROFISTA E UCCELLACCIO DEL MALAUGURIO MA NEL 1971 LE SUE PREVISIONI SI AVVERARONO!IN SEGUITO DICHIARO' CHE ANCHE LA PRODUZIONE MONDIALE PICCHERA' INDIVIDUANDO ANCHE L' ANNO.....OVVIAMENTE INVITO TUTTI A FARSI UNA BELLA RISATA...

andrea ha detto...

Il picco di produzione del petrolio
di Eugenio Benetazzo

Cercherò di spiegarvi con termini molto semplici questo argomento, sottolineando la criticità che caratterizza questo fenomeno per il momento storico in cui viviamo. Con il termine picco di produzione massima del petrolio si vuole individuare un’epoca temporale nella storia della civiltà umana in cui il quantitativo di greggio complessivamente estratto in tutto il pianeta inizia progressivamente a diminuire, lentamente anno dopo anno. Questo significa che se oggi vengono estratti in tutto il mondo 80 milioni di barili al giorno, tra due anni se ne potranno estrarre solo 78, tra quattro anni solo 75, tra dieci anni solo 70, tra quindici anni solo 60, e così via, presumibilmente per altri 40/45 anni.
Il motivo di questa contrazione è dovuto naturalmente a cause geofisiche, infatti man mano che il greggio viene estratto da ogni giacimento, si assiste ad una diminuzione della pressione interna e ad un graduale esaurimento delle riserve stratificate di petrolio, in proporzione alla sua fluidità. Per prime vengono estratte le parti più fluide e più leggere e successivamente quelle più viscose e pesanti. In termini industriali perciò, dalla scoperta di un giacimento di petrolio, si assiste ad una esponenziale crescita nel tempo dei volumi di estrazione sino ad un momento in cui questo trend, prima si arresta dopo aver realizzato un massimo (un cosi detto picco), e lentamente inverte la sua dinamica andando ad assottigliare nei periodi temporali seguenti i volumi di estrazione.
Questo fenomeno è stato descritto ed analizzato ancora agli inizi degli anni 50 dall’emerito Prof. Marion King Hubbert, forse il più fenomenale geofisico incompreso esistito su questo pianeta.
Il Prof. Hubbert, scomparso nel lontano 1989, fu il direttore delle Ricerche per la Shell in Texas durante gli anni cinquanta ed anche un prestigioso docente presso le migliori università statunitensi: la Columbia University, Stanford University, Johns Hopkins University ed il MIT.
Si distinse nel mondo accademico per una sua personale teoria geofisica riguardante lo sfruttamento delle risorse di un giacimento, teoria che venne condensata attraverso una rappresentazione grafica denominata Curva di Hubbert.
Innanzitutto stabilì che la produzione di greggio da un giacimento non rispecchia questo tipico schema di sviluppo: scoperta del giacimento, crescita dei volumi di estrazione sino ad un determinato livello di stabilità, mantenimento dei livelli di stabilità per un lungo periodo e successivamente improvvisa riduzione a zero in seguito alla fine di tutto il petrolio.
Se ci pensate un attimo questo è nell’immaginario collettivo, si pensa che si continuerà ad estrarre petrolio sino a quando ce ne sarà sul fondo. Assolutamente nulla di tutto questo.
In base agli studi di Hubbert, la produzione di greggio tende piuttosto a seguire una curva a campana: ogni giacimento petrolifero, pertanto, è caratterizzato da una curva produttiva ascendente, destinata a realizzare un picco, infine un arco produttivo discendente quando la pressione interna cala.
Facciamo un esempio concreto: il primo pozzo che perfora un giacimento è in grado di estrarre solo una quantità limitata di oro nero, tuttavia aumentando il numero dei pozzi si può progressivamente aumentare la produzione nel complesso.
In un primo tempo quindi la produzione aumenta rapidamente in quanto si riesce ad avere accesso al petrolio di prima superficie. Barile dopo barile invece, si rivela sempre più difficile arrivare al greggio che rimane: la produzione inizia a diminuire, anche se si continuano a trivellare nuovi pozzi.
Il picco di produzione si manifesta quando sarà stata estratta quasi la prima metà di ogni giacimento. Alla fine risulterà fisicamente impossibile ed economicamente non conveniente riuscire ad estrarre anche l’ultimo barile.
Hubbert, pertanto, immaginò che come ogni giacimento, anche ogni area petrolifera e di conseguenza ogni nazione dovessero seguire lo stesso tipo di curva a campana, e quindi essere soggette al raggiungimento di un picco di produzione nazionale.
Nel 1956, in seguito ad analisi personali sul tasso di crescita degli USA dal 1850 al 1950, il Prof. Hubbert, sulla base di quanto descritto sopra, allertò le comunità finanziarie ed i mercati petroliferi che, molto prima di quello che si sarebbe potuto immaginare, gli Stati Uniti d’America avrebbero raggiunto il loro picco di produzione petrolifera, e perciò in seguito sarebbero statti costretti a rifornirsi altrove di greggio. Nel dettaglio Hubbert individuava tra il 1971/1973 il periodo temporale nel futuro in cui gli USA avrebbero iniziato a diminuire progressivamente i loro volumi di estrazione.
Il povero Hubbert venne mediaticamente deriso e bannato come un profeta di sventura o un uccello del malaugurio
Occorre a questo punto fare un quadro macroeconomico di quel periodo storico prima di fare ulteriori considerazioni sulla curva di Hubbert e sulle sue previsioni.
Tanto per iniziare durante gli anni cinquanta, gli USA erano esportatori netti di petrolio nei confronti del mondo intero, ed erano anche il più grande esportatore al mondo, vale a dire che estraevano dal loro sottosuolo molto più petrolio di quanto ne avessero bisogno ed esportavano il resto a chi ne faceva richiesta. In questo stesso periodo storico ha origine l’egemonia valutaria del dollaro americano, come moneta principe per gli scambi internazionali.
Il dollaro divenne la moneta richiesta su scala internazionale proprio perché era necessaria per acquistare il petrolio dagli Stati Uniti. Senza dollari i paesi e le grandi corporations del pianeta non potevano acquistare il petrolio: fu così che per tacita convenzione mercantile, il dollaro divenne una valuta richiesta e detenuta perché con essa si poteva acquistare il greggio.
In quel periodo storico la capitale del mondo per importanza strategica era Dallas e non New York: in Texas, infatti, risiedevano le più potenti e ricche compagnie petrolifere americane, dalla Texaco alla Exxon.
Il petrolio sgorgava con quantitativi sbalorditivi dai pozzi americani, e nessuno avrebbe mai pensato che un giorno questo trend si sarebbe potuto interrompere.
In virtù di questo ottimismo irrazionale e dilagante, come se nessuno sapesse che come risorsa limitata il petrolio prima o poi si sarebbe esaurito, il Prof. Hubbert venne tacciato di catastrofismo e ridicolizzato come uno iettatore. Ricordiamolo ancora: era il 1956.
Nel frattempo gran parte del mondo occidentale era in piena ricostruzione postbellica e necessitava di materie prime in quantitativi industriali, quindi carburanti ed additivi chimici possibili grazie alla petrolchimica. Verso la fine di quel decennio a seguito della fame che il mondo aveva di petrolio, vennero scoperti, a forza di cercare, i più grandi giacimenti del pianeta, proprio in quelle zone oggi oggetto di attenzione proprio da parte degli usa: il Medio Oriente.
Fu agli inizi degli anni 60 che gli USA vendettero l’anima al diavolo pur di tutelarsi in termini di approvvigionamento petrolifero: in quegli anni infatti gli Stati Uniti allargarono la loro federazione al 51 esimo stato. l’Arabia Saudita, attraverso un vero e proprio patto strategico.
Tuttavia, all’inizio degli anni settanta, per la precisione nel 1971, successe qualcosa di inaspettato, gli USA piccarono ovvero raggiunsero i volumi massimi di capacità estrattiva, e a partire da quell’anno videro diminuire sensibilmente e progressivamente la loro produzione di greggio, anno dopo anno. L’analisi ed i moniti di Hubbert, 25 anni prima, si dimostrarono impeccabili. Hubbert aveva ragione. Tuttavia questa crisi strutturale dal punto di vista mediatico passò piuttosto inosservata in quanto qualcos’altro di inaspettato teneva in apprensione l’intero pianeta: l’embargo petrolifero del 1973.
L’incapacità degli USA di mantenere i propri volumi di estrazione al pari degli anni precedenti creò indirettamente le condizioni di mercato affinché un evento allora imprevisto mettesse in ginocchio tutte le economie occidentali con in testa proprio la locomotiva statunitense.
Gli aiuti militari degli USA a favore di Israele in conflitto contro l’Egitto (nella così detta guerra dello Yom Kippur) si trasformarono in un boomerang dagli effetti inaspettati. I paesi produttori arabi interruppero le forniture petrolifere agli Stati Uniti, rei di aver dato sostegno ad un paese ostile e nemico delle comunità arabe. I prezzi del greggio al barile quadruplicarono nel giro di qualche mese (passando dai 3 $ ai 12 $ al barile), mai fino ad allora il mondo comprese la natura essenziale e sostanziale del fluido nero per la stabilità dei sistemi economici.
A distanza di alcuni anni, sempre ancora per ragioni politiche, un secondo contingentamento petrolifero colpì i mercati di approvvigionamento mondiali: nel 1979 il rovesciamento del regime dello scià in Iran, insediato al potere grazie all’intervento della CIA nel lontano 1953.
Questo evento fece da detonatore al conflitto tra IRAN ed IRAQ, due dei maggiori produttori di petrolio del mondo. La sopraggiunta scarsità di greggio sui mercati mondiali contribuì a spingere il prezzo del petrolio oltre i 30 $ al barile.
Le conseguenze di questi due shock ai prezzi ed alle quantità di petrolio si protrassero per quasi dieci anni con una inflazione quasi galoppante (oltre il 10 %) del costo di tutte le merci e delle materie prime. Fu allora che gli Stati Uniti e le sette sorelle (Exxon, Royal Dutch Shell, British Petroleum, Texaco, Chevron, Gulf, Mobil) capirono che, per garantire una crescita costante nel tempo del PIL e soprattutto per non dare scossoni ai bilanci ed alle quotazioni azionarie delle grandi corporation, era di vitale importanza, quasi una priorità nazionale, garantire che gli approvvigionamenti di greggio fossero stabili, sicuri e non da meno anche a prezzi molto contenuti. Finivano gli anni settanta.
Gli anni che seguirono furono incentrati alla ricerca ed individuazione di grandi aree di rifornimento sul globo terrestre al fine di calmierare lo strapotere dei sauditi ed il peso mediorientale.
Vennero così individuate tre nuovi grandi bacini di interessenza mondiale per il greggio: il giacimento del Golfo del Mexico, il giacimento in Alaska (Prudhoe Bay) ed il giacimento del Mare del Nord.
Questi tre contenitori per i successivi 20 anni non fecero altro che pompare greggio ed inondare i mercati anche quando non ve ne era bisogno (alla faccia dell’OPEC) consentendo di mantenere molto competitivo il prezzo del greggio al barile, toccando addirittura il minimo di 10 dollari nel 1998.
Questa fenomenale ondata di greggio, abbondante ed a buon mercato, ha consentito di dare slancio alla locomotiva statunitense per quasi un ventennio, con le ovvie conseguenze a cascata per tutte le economie del pianeta. La ricchezza prodotta grazie al greggio di quel periodo ha generato una vera propria corsa dei listini di borsa: dai 2.000 punti del Dow Jones nel 1980 ai 12.500 nel 2000.
Dal 2000 ad oggi tuttavia qualcosa sembra essere accaduto, perché senza crash o embarghi petroliferi, il prezzo del petrolio ha iniziato a salire lentamente e progressivamente, sino ad arrivare agli 80 USD nell’estate 2006. Ma cosa è successo ? Lo spettro del picco di produzione mondiale del greggio comincia ad inquitare i mercati e le comunità finanziarie.

Anonimo ha detto...

Bello e interessante articolo copiato dal web.

E tutto questo che c'entra con quello che predica Cali'?

E' solo un modo per sviare l'attenzione dalla realtà.

Che vogliamo dimostrare l'uguaglianza CALI' = MARION KING HUBBERT ?

Comunque se vi piace potrò riportare centinaia di interessanti articoli pubblicati sul web da scenziati, economisti, ambientalisti ecc.
E poi che avrò dimostrato ?

Cerchiamo di essere più seri e meno demagogici.

Ciò non toglie che non metto minimamente in dubbio le previsioni di Hubbert, ma cerchiamo di riportare il dialogo su cose più immediate per le finalità di questo blog, lasciamo stare i massimi sistemi altrimenti si faranno solo chiacchiere per nascondere il vuoto.

Anonimo ha detto...

ECCOVI UN SEGUITO ALLA DOTTA LEZIONE DI BENETAZZO SUL PICCO DI PRODUZIONE DEL PETROLIO, POSTATA DAL FIDO ANDREA.

ED ALLORA ?
SONO PIU' DOTTO IO O BENETAZZO ?
CHE NE DICI ANDREA ?

Colin Campbell (geologo) che di recente ha ripreso la teoria di Hubbert.

Colin Campbell al convegno di ASPO Italia a San Rossore nel 2006
Colin Campbell (Berlino, 1931) è un geologo britannico, ex petroliere, fondatore dell'ASPO, assurto alla notorietà internazionale per i suoi studi intorno all'esaurimento delle fonti petrolifere.
Indice
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• 1 Gli studi intorno alle riserve di petrolio
o 1.1 Il dibattito in corso
 1.1.1 Critici
• 2 Storia professionale
• 3 Note
• 4 Bibliografia principale
• 5 Collegamenti esterni
• 6 Voci correlate

Gli studi intorno alle riserve di petrolio [modifica]
Colin Campbell, geologo petrolchimico, è diventato famoso in tutto il mondo per i suoi studi (condotti insieme a Jean Laherrère) volti ad estendere le teorie di Marion King Hubbert riguardanti l'esaurimento delle fonti fossili (vedi anche: picco di Hubbert), alla situazione mondiale attuale delle conoscenze del mercato petrolifero mondiale.
Hubbert riuscì, con la sua famosa teoria, a predire già nel 1956 che gli USA avrebbero raggiunto il proprio picco di produzione petrolifera all'incirca nel 1970, cosa che gli dette una grande notorietà in particolare in seguito alle crisi energetiche del 1973 e del 1979.
Tuttavia le crisi degli anni '70 furono superate grazie all'esplorazione e la scoperta di nuovi ed estesi giacimenti, così che per diverso tempo le teorie di Hubbert vennero considerate superate.
Campbell e Laherrère ripresero negli anni '90 le sue teorie. Nel 1997 Campbell dopo essere andato in pensione pubblicò il suo primo libro intitolato "The coming oil crisis" [3] in cui compariva il suo primo calcolo del picco del petrolio, previsto per l'anno 2006. Occorre tenere presente che tali previsioni sono sempre affette da incertezza ed è più corretto parlare di forchetta temporale per il picco del petrolio, quindi ad una data probabile viene collegato l'intervallo di incertezza.
Al libro seguì un articolo apparso nel 1998 su Scientific American (tradotto in italiano da Le Scienze con il titolo "La fine del petrolio a buon mercato") e che viene oggi considerato come una pietra miliare degli studi petroliferi. L'articolo faceva un sunto del libro, con una panoramica delle riserve petrolifere mondiali e del tasso di scoperte di nuovi giacimenti (giunto ad un massimo già intorno al 1960), giungendo fino alla previsione di un picco di produzione mondiale di petrolio stimabile intorno al 2006 (vedi pag 81 di [4]).
L'articolo arrivava proprio nel mezzo dell'"euforia" collegata alla "bolla" della New Economy; di conseguenza non venne immediatamante recepito dal mondo scientifico. In seguito, la fine della new economy e l'innalzamento dei prezzi del petrolio generò nuovo interesse intorno alle teorie di Hubbert, Campbell e Laherrère, portando a tutto un "fiorire" di studi scientifici e teorie economiche intorno alla questione del "picco di petrolio".
Le conseguenze del raggiungimento del "picco petrolifero" sono al momento incerte e oggetto di dibattito all'interno di diverse teorie economiche, ma risultano in ogni caso importantissime, a causa della fortissima dipendenza dell'economia mondiale dall'approvvigionamento delle risorse petrolifere.
Attualmente (2007) le previsioni di ASPO, quindi anche di Colin Campbell che ne è fondatore, per quanto riguarda la data del picco del petrolio sono il 2007 per il petrolio convenzionale e 2011 per tutti i petroli [5].
Il dibattito in corso [modifica]
È un dato di fatto che le scoperte di nuovi giacimenti hanno raggiunto un picco già negli anni '60 e fin dagli anni '80 non viene più effettuata alcuna scoperta dei cosiddetti "giacimenti giganti". Diverse aree del mondo hanno già raggiunto il loro picco di produzione (Stati Uniti, Mare del Nord ed altre), mentre il consumo di fonti petrolifere è in continua crescita, in particolare in paesi con forti tassi di crescita quali India e Cina.
Inoltre, secondo Campbell:
• non c'è possibilità di scoperta in futuro di nuovi "giacimenti giganti" in grado di invertire questa tendenza;
• le quantità di riserve petrolifere riportate da molti paesi OPEC sono state artificialmente "sopravvalutate" dagli stessi Paesi, al fine di poter incrementare le proprie quote di produzione o per ottenere migliori condizioni di credito dalla Banca mondiale;[1]
• la pratica di aggiungere le nuove scoperte alla lista delle riserve "provate" di ogni paese ha avuto l'effetto di far crescere ulteriormente in maniera "artificiale" queste riserve;
• anche le compagnie petrolifere tendono a "sopravvalutare" le proprie riserve, per tenere alto il valore delle proprie azioni.[2]
Campbell prevede che il picco di produzione petrolifera mondiale potrebbe causare una crisi economica globale molto difficilmente risolvibile.
Recentemente:
• l'Agenzia Internazionale dell'Energia (AIE), o International Energy Agency (IEA), ha pubblicato un rapporto (World Energy Prospects and Challenges) nel quale afferma che le riserve globali di petrolio sono superiori alle proiezioni della produzione complessiva per il periodo 2006-2030, ma ulteriori riserve dovranno passare da possibili o probabili a provate per evitare un picco di produzione prima della fine di tale periodo; i progressi sono ostacolati da un livello inadeguato di investimenti, soprattutto nel Medio Oriente, dall'instabilità dello stesso Medio Oriente e dei paesi dell'ex-Unione Sovietica, in particolare di quelli attraversati da importanti oleodotti, dall'impatto sull'ambiente del consumo di petrolio;
• l'8 agosto 2006 la CERA (Cambridge Energy Research Associates, società del gruppo IHS, tra i principali consulenti mondiali in materia di energia) ha pubblicato un rapporto (Expansion Set to Continue. Global Liquids Productive Capacity to 2015) nel quale sostiene che non è imminente alcun picco di produzione, che la capacità produttiva sta crescendo sia nei paesi OPEC che in quelli non OPEC, che si può contare su una ulteriore forte crescita potenziale della capacità produttiva;
• il 10 agosto 2006 Kjell Aleklett, attuale presidente di ASPO, ha replicato con una nota (CERA's report is over-optimistic) nella quale osserva che anche il CERA riconosce che la produzione degli attuali giacimenti sta diminuendo al ritmo del 5% all'anno e che le sue previsioni si basano sull'ipotesi del pieno successo di 360 progetti che dovrebbero essere avviati entro il 2010.
Ovviamente il dibattito è tuttora in corso e coinvolge anche tutte le politiche energetiche, dall'incremento dell'efficienza energetica fino all'utilizzo di fonti alternative come il solare o il nucleare
Critici [modifica]
• Tra i critici di Colin J. Campbell vi è senz'altro l'economista Lynch Michael del MIT che in un ampio scritto dedicato a Campbell [6] critica le affermazioni del geologo. Riguardo questo scritto vi è una critica da parte di Ugo Bardi Presidente di ASPO Italia che ne contesta la correttezza [7].
• Molti economisti sono in generale critici nei confronti delle teorie del picco del petrolio portati avanti dall'ASPO e dal suo Presidente per il semplice motivo che ritengono il bene energia come lo è il petrolio come sostituibile da un bene non energetico ma che la tecnologia eleva alla classe di bene energetico in caso di crisi mondiale dell'energia.
In pratica si spera che in caso di crisi e di prezzi elevati del greggio arrivi la scoperta del secolo o più scoperte o un generale affinamento della tecnologia che riesca a sostituire il bene petrolio e ne faccia calare il prezzo. Per questo motivo gli economisti come Lynch, Carlo Stagnaro dell'Istituto Bruno Leoni e molti altri avversano le teorie probabilistiche del peak oil in quanto da essa si deducono prezzi del petrolio crescenti fintantoché il greggio rimane una risorsa energetica indispensabile alla nostra economia.
Storia professionale [modifica]
Campbell ha un'esperienza di circa 40 anni vissuta ai più alti livelli nell'industria petrolchimica, sia come manager che come consulente. [8]
Divenne dottore in geologia (Ph.D.) all'università di Oxford nel 1957. Ha lavorato per l'università di Oxford, Texaco, British Petroleum, Amoco, Shenandoah Oil, Norsk Hydro, e Fina, oltre che per i governi bulgaro e svedese. È autore di diversi libri e di oltre 150 pubblicazioni scientifiche.
Più recentemente è stato tra i fondatori dell'ASPO (Association for the Study of Peak Oil and Gas, l'associazione per lo studio del picco di petrolio), che promuove in tutto il mondo gli studi intorno al picco petrolifero mondiale ed è tra gli amministratori dell'ODAC (Oil Depletion Analysis Center) di Londra.
Continua a condurre ricerche e conferenze in tutto il mondo riguardo il tema del picco di Hubbert e dell'esaurimento delle risorse petrolifere.
Note [modifica]
1. ^ Il 20 gennaio 2006 la Reuters ha diffuso una notizia secondo la quale le riserve del Kuwait sono solo la metà di quanto ufficialmente dichiarato ([1]).
2. ^ Nell'aprile del 2004 la Shell ha comunicato di aver licenziato il presidente Sir Philip Watts ed il direttore delle esplorazioni Walter van de Vijver a causa di una sopravvaltazione del 25% delle riserve della compagnia, protrattasi per almeno due anni, probabilmente sette ([2]).
Bibliografia principale [modifica]
• "The coming oil crisis" (in italiano: "La crisi del petrolio imminente") del 1997
• "The end of cheap oil" ([9]), di Colin J. Campbell e Jean H. Laherrère, apparso su Scientific American nel marzo 1998, tradotto in italiano da Le Scienze ("La fine del petrolio a buon mercato").
Collegamenti esterni [modifica]
• (EN) Sito di ASPO, Association for the Study of Peak Oil & Gas
• Sito italiano di ASPO
• Sito italiano di Oilcrash
• (EN) Sito sul picco di Hubbert
• (EN) Hubbert Peak of Oil Production
• (EN) Rivista on-line MuseLetter
Voci correlate [modifica]
• ASPO
• Marion King Hubbert, e la teoria del picco di Hubbert
• petrolio
• crisi petrolifera
• teoria di Olduvai
• Jean Laherrère
• Rapporto sui limiti dello sviluppo
• Club di Roma
• Thomas Malthus

andrea ha detto...

Caro anonimo, duri e puri:aprite gli occhi.

Anonimo ha detto...

Io a Calì ho fatto addirittura i complimenti perchè alcune cose che aveva scritto si stanno verificando.
Per l'esattezza mi aveva colpito il fatto che, purtroppo, il numero di disoccupati sta crescendo in modo molto rapido...

L'ho fatto proprio perchè, fortunatamente, non ho niente e nessuno da difendere e non mi pesa minimamente ammettere se qualcuno scrive delle cose giuste.

Però, se qualcuno scrive che i titoli italiani sono rischiosi perchè il rating è il più basso dell'europa a 25 (e ve lo ripeto per l'ennesima volta, andate a controllare che NON E' VERO!) dovrei dirgli bravo?

ASSOLUTAMENTE NO!
E' una affermazione falsa.

Non c'è niente altro da dire.

Supponiamo che io dica che domani, a Padova, nevicherà perchè è la città più a nord d'italia.
Se domani nevica a Padova sono un esperto di metereologia?
La mia "previsione" ha qualche valore, anche se esatta?

Ovviamente no, perchè ho detto una cosa falsa. Padova non è la città più a nord d'Italia!
E soprattutto se ho basato qualche mia scelta importante su questo dato FALSO, posso essere fortunato (perchè nevica davvero), ma ho comunque sbagliato, perchè alla base c'è una informazione errata...
E chi ve l'ha data, senza nemmeno chiedervi scusa quando gli è stato fatto notare, forse non andrebbe proprio ammirato incondizionatamente...

Ma capisco che per chi vede solo bianco e nero, buoni e cattivi, bancari e non bancari, io sono solo un coniglio o un assurdo contestatore!

Non c'è problema... i tifosi non vedono nemmeno l'evidenza...

Anzi temo che i tifosi nemmeno mi leggano più, per paura di dover ammettere che forse in qualche cosa ho ragione... :)

Spero che qualcuno, però, capisca un po' meglio che, anche se è vero che l'italia è (da parecchi anni) uno dei paesi europei più a rischio, non fallirà domani perchè ha il rating del botswana...
E spero che chi legge per tentare di capire e non per cercare una guida divina, possa mettersi a leggere alcuni dei link che ogni tanto posto.
E che si ricordi anche che, chi deve vendere la sua consulenza, getta sempre discredito sulle cose che non interessano.
Lo fanno, con grande successo, le banche da anni...

Alessio
P.S. Ad esempio anche questo ultimo post, contiene dei buoni spunti, ma come al solito ci sono delle "imprecisioni"... E casualmente anche queste imprecisioni sono nella solita direzione, mai che ci fosse un imprecisione nella direzione opposta... :)
Non ho voglia nemmeno di scrivere quali sono queste "imprecisioni" visto che anche i commenti finiscono sui libri e fanno soldi, non certo per me...

anonimo ha detto...

http://www.youtube.com/watch?v=oQPbt2VjQ5g
PER IL CARO DOTTO ANONIMO buona visione.